Il poema della miseria – (Traduzione: Angela Kosta)

Il poema della miseria – (Traduzione: Angela Kosta)
IL POEMA DELLA MISERIA -
MIGJENI (13 ottobre 1911 – 26 agosto 1938)
Pietra miliare della letteratura albanese.
Poema della miseria, scritta negli anni ’30, rimarrà l’inno della miseria, del mozzico che non riuscirà ad essere inghiottito nei secoli, pure oggi…

IL POEMA DELLA MISERIA

Mozzico che non si ingoia o fratello, è la miseria,
mozzico che ti rimane in gola e ti invade la tristezza
qualora vedi volti pallidi e occhi verdastri
che ti guardano come spettri e allungano le mani intorpidite,
pure in quella maniera, tese dietro di te rimangono
per l'intera loro vita, finché muoiono.

E sopra loro, nell’aria, come in dileggio,
trafiggono il cielo, le croci e minareti di pietre,
i profeti e santi in variopinti abiti
risplendono.
E la miseria il proprio slealtà avverte.

La miseria ha il suo orrendo sigillo;
è disgustosa, maligna, infame;
la fronte che la tiene, gli occhi che la esprimono,
le labbra che invano cercano di celarla
sono i figli dell’insipenza
nonché i sacrificci del disprezzo,
gli avanzi sudici attorno alla tavola
alla quale ha divorato la cena un cane spietato
con trippa secolare, sempre inappagato.
La miseria non ha fortuna,
ma ha solo brandelli,
brandelli dal fondo in cima,
le bandiere di una speranza
lacerata e logorata,
rimangiando la parola data.

La miseria si inferocisce
in amori lussuosi
In angoli bui,
insieme con cani, sorci, gatti,
su rattoppi ammuffiti, luridi, lerci, fradici,
si denudano le carni,
come colostro, gialli e sporchi;
si intrecciano i sentimenti con impeto bestiale,
mordono, ingozzano, si succhiano,
si baciano le labbra aride,
e si spegne la fame
e svanisce la sete
nella brama veemente,
qualora il medesimo annega
E lì,
prendono l'inizio i matti,
i servi e i mendicanti
che l'indomani nasceranno
per riempirci le strade.

La miseria, nella pupilla del pargoletto,
trema come la fiamma sbiadita di una candela,
sotto il soffitto annerito e zeppo di ragnatele,
dove ombre umane fremono tra muri
colmi di macchie,
dove il neonato malato piange
come uno spirito maligno,
succhiando il seno vacuo della povera madre,
e lei,
di nuovo incinta, maledice Dio e demonio,
maledice il suo frutto,
maledice il grembo greve.
Il suo pargoletto non ride,
ma soltanto frigna,
la madre non lo ama,
ma solamente lo maledice.
Quanto è triste la culla della miseria,
dove il bambino lo cullano le lacrime e i sospiri!

La miseria cresce il piccino
all’ombra delle case alte,
dove non arriva la voce dello mendicante,
dove non si può disturbare la quiete ai signori
quando insieme alle signore
nei letti della felicità dormono.

La miseria fa maturare il bambino
prima che diventi uomo;
desidera insegnargli a sfuggirgli
al pugno che lo minaccia,
a quel pugno che nel sonno lo stringe per gola,
quando iniziano i deliri della febbre
per la fame
e il volto del bambino
lo copre l’ombra della disgrazia,
un gioiello sciagurato al posto del sorriso.
Un frutto, quando si matura, si sa dove va
così anche il bambino,
nel ventre della terra finisce.

La miseria lavora, lavora giorno e notte,
bollendo il sudore sul petto e la fronte,
affondando fino alle ginocchia nel fango,
e ancora le viscere si piegano dalla fame.
Ricompensa ridicola!
Per cento sfatichiate al giorno
solo tre o quattro monete e “via!”.

La miseria talvolta ha le guance lustre,
le labbra meste, i pomelli tinti
il corpo monumento di un smercio sozzo,
che è condannato a giacere nel letto in due;
e per quel servizio riceverà qualche soldo
sulle lenzuola, sui volti
e nella coscienza, venature...

Inoltre, la miseria lascia pure l'eredità
non solo alle banche o nei beni immobili,
ma le ossa deforme e nel petto qualche dolore,
può lasciare il ricordo di un giorno lontano,
quando il tetto della casa piombò e crollò
dalla putrefazione del tempo,
dal fardello del cielo,
quando sopra ogni cosa si udì
una terrificante voce
ricolma di maledizioni e supplizi
come dal fondo dell’inferno,
era la voce dell’uomo che moriva sotto le travi.
Così sotto il piede pesante del Dio irato -
dice il prete –
muore colui che porta vite stuprate.
E con questi ricordi, con tali sventure,
si riempie il calice del veleno in eredità di generazioni.

La miseria ha la sorella agiata: il bicchiere.
Nelle bettole luride, accanto ai tavoli lerci,
l’anima assetata il bicchiere in gola rovescia,
per scordare i novantanove problemi.
E il bicchiere torbido, il bicchiere satanico,
accarezzandolo come una vioera lo punge,
e quando l’uomo cade
come il grano dalla falce,
sotto il tavolo piange,
in modo tragicomico ride.
Tutti i problemi la povertà nel bicchiere li affoga,
quando i cento
uno dopo l’altro in gola li riversa.

La miseria accende i desideri,
come le stelle l’oscurità
e fanno fumo
come pioli che il fulmine
in cenere li riduce.

La miseria non ha gioia,
ma solo tormenti,
dolori insopportabili che ti fanno impazzire,
che ti danno la corda
per andare dritto a impiccarti
oppure diventi povero sacrificio e di paragrafi.

La miseria non vuole pietà,
ma vuole soltanto giustizia!
Pietà?
Figlia bastarda di padri astuti,
al quale in modo pomposo, come i farisei,
suonano il tamburo per rimanere scaltri,
gettando al mendicante una fine moneta
sul palmo della mano.

La miseria è una macchia indelebile
sulla fronte dell’umanità
che tra i secoli, varca.
E questa macchia
mai potranno riscattarla
i laceri ammuffiti nei templi.

Traduzione: Angela Kosta